Nel mondo di sotto a Pertosa – L’Italia in Pillole

Qualche giorno fa mi sono intrufolata nel mondo di sotto e, a bordo di una chiatta trainata da un mitologico traghettatore, ho solcato le acque del sotterraneo fiume Negro, alla scoperta di un incantevole mondo sotterraneo.

Stalattiti, stalagmiti, stratificazioni e fratture nella roccia carbonatica mi hanno guidata lungo un percorso sorprendente, fino a raggiungere il bacio tra una stalattite e una stalagmite, un’unione celebrata dopo 20000 anni di lavoro incessante dell’acqua, goccia dopo goccia.

Il bacio

Le Grotte di Pertosa-Auletta si trovano nel Vallo di Diano, un ambiente costiero, montano e vallivo, che si estende nella parte meridionale della provincia di Salerno a confine con la Basilicata. Si tratta di un complesso ipogeo lungo circa 3000 mt, il cui nome indica i due Comuni di appartenenza: Pertosa in particolare, dal toponimo “pertusium“, fa riferimento al piccolo ingresso delle Grotte situato nei pressi dell’abitato e circondato da una folta vegetazione.

La Grotta, fin dall’alto Medioevo, fu consacrata a San Michele Arcangelo ed è infatti nota anche come Grotta dell’Angelo. Nell’atrio della cavità è situata un’edicola in suo onore, a protezione dell’uomo dal maligno, da quel mondo sotterraneo concepito come sede infernale. Evidenti i segni dell’ininterrotta presenza umana fin dall’età del bronzo: è stato rinvenuto un complesso palafitticolo su due livelli sovrapposti lungo tutta l’estensione dell’ingresso (oggi il luogo di questi ritrovamenti è sommerso dalle acque, a causa della costruzione della diga), oltre a reperti in terracotta, pietra, osso e metallo.

Aperte al pubblico nel 1932, erano chiamate la “Postumia del Mezzogiorno”, con l’intento di paragonare le meraviglie sotterranee di Pertosa alla Grotta di Postumia, oggi in territorio sloveno, ma fino al 1947 nei confini italiani. Il tratto iniziale è invaso dalle acque del fiume Negro, o Tanagro, canalizzate in una condotta forzata, con una portata idrica che va dai 350 ai 600 litri al secondo, per alimentare una centrale elettrica. Il bacino è profondo da 1 mt a 4,5 mt nell’ingresso principale e la temperatura dell’acqua è di 12°C.

La nostra visita è iniziata dall’ingresso secondario: attraverso un breve tragitto da percorrere chinati, reso ancor più suggestivo dalla particolare illuminazione creata, abbiamo raggiunto la piattaforma di sbarco per salire a bordo di una piccola imbarcazione trainata sull’acqua a forza di braccia dalla nostra guida, che fa leva su un complesso sistema di teleferiche sospese a mezz’aria. È questo il Ramo della Sorgente o diramazione meridionale, una sorta di grotta nella grotta: 450 mt in cui scorrono perennemente le acque del fiume Negro.

Ad esso si aggiungono altre due diramazioni parallele, ognuna con una propria peculiarità morfologica, dovuta alla diversa permeabilità della roccia.

Il Ramo settentrionale si estende per circa 800 mt ed è caratterizzato da ampie sale adorne di imponenti speleotemi, un Belvedere, una cascata, una Grande Sala e una serie di laghetti. La Grande Sala è un enorme vuoto sotterraneo di forma “circolare”, con un’altezza massima di 24 mt e le più varie formazioni calcitiche. Qui si aprono il Ramo delle Vaschette, una bassa camera dal suolo rivestito di vasche concrezionate ricolme d’acqua, e la Sala delle Spugne, grandi e chiare colate estese sulla parete rocciosa di fondo e bianchi cristalli di calcite: il gocciolamento, dalla volta nelle vaschette piene d’acqua, faceva schizzare sulle pareti il carbonato di calcio, dando vita a queste concrezioni l’aspetto di spugne. La cascata è la testimonianza perfetta della forza erosiva e corrosiva delle acque sotterranee che scorrono nel fiume Negro.

L’ultimo ramo è quello speleologico o mediano, percorribile da esperti con apposite attrezzature: l’acqua è stagionale e si accede attraverso un varco creato da crolli. Oltre alla presenza di colonie di pipistrelli, è possibile osservare piccoli crostacei depigmentati che sono riusciti ad adattarsi alla vita sottoterra.

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